Visione d'insieme

Noema Progetti
Comunicazione visiva e Linguaggio Fotografico

A partire da oggi mi piacerebbe condividere con voi alcuni temi che mi appassionano da quando mi sono avvicinato alla fotografia.

In queste righe proverò ad approssimarmi alla trattazione di alcuni aspetti riguardanti la comunicazione attraverso la fotografia e ad alcune specificità del linguaggio fotografico.

Come dicevo in un recente articolo viviamo in quella che è stata definita la “civiltà dell’immagine” nella quale siamo quotidianamente bombardati da un flusso continuo di immagini di ogni genere e tipo offerte dai più disparati mezzi di comunicazione. Giornali, televisioni, internet, ecc.

La convinzione che mi ha sempre accompagnato è che dinnanzi ad un mare magnum di tale portata la maggior parte dei destinatari di queste immagini è totalmente travolta ed indifesa. La fotografia, come gli altri linguaggi visivi, ha caratteristiche assai diverse da quello verbale e scritto a cui siamo stati educati ed abituati, che non rimanda ad un codice socialmente riconosciuto e condiviso che consenta la lettura delle immagini.

Anche se stiamo assistendo al consolidarsi di stereotipi iconici ed all’uso sempre più frequente (soprattutto in pubblicità) di alcune figure retoriche che vanno a costituire un elementare linguaggio iconico, quello verbale è l’unico che permette una formulazione espressiva “chiara” e comprensibile a tutta la comunità dei parlanti.

La parola “cane” indica un concetto universale al quale ciascuno di noi associa una visualizzazione mentale di un cane come si presenta al suo immaginario, mentre la fotografia di un cane mostra essenzialmente il cane ritratto nella foto. Ovvero la comunicazione fotografica si riferisce sempre e soltanto ad una realtà specifica: quella rappresentata. Per dirla con C.S.Peirce la Fotografia ha con il suo referente un rapporto di contiguità di tipo fisico (di questo magari
approfondiremo in un’altra occasione).

Vale la pena

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di soffermarsi su uno dei contributi in proposito donati da Roland Barthes. Il semiologo francese sostiene che lo statuto particolare della Fotografia sia quello di essere, a differenza del testo scritto, un messaggio senza codice (come vedremo in seguito almeno per quanto riguarda il messaggio denotato).

Uno dei suoi passaggi più illuminanti recita:
“[...] Dall’oggetto all’immagine, vi è indubbiamente una riduzione: di proporzione, di prospettiva, di colore. Ma questa riduzione non è mai una trasformazione. Per passare dal reale alla sua fotografia non è necessario scomporlo in unità e costituire queste unità in segni che differiscono sostanzialmente dall’oggetto che essi offrono in lettura; tra quest’oggetto e la sua immagine, non è affatto necessario disporre di un collegamento, cioè di un codice [...]“

Ad un esame più approfondito emerge che nella fotografia, come in altre riproduzioni analogiche della realtà (disegno, cinema, teatro), insieme al contenuto analogico, a quanto viene rappresentato della scena, dell’oggetto, ecc. nella fotografia, affiora un messaggio supplementare, un senso secondo, il cui significato rinvia ad un contesto culturale da ricercare nell’intenzione di chi ha scattato la foto e della società di cui è espressione.

Da ciò emerge un altro aspetto caratterizzante la fotografia, quello che Barthes definisce il paradosso fotografico. La coesistenza al contempo di due messaggi, uno senza codice – denotato – (l’analogo della realtà, quello che la fotografia ci mostra) privo di ogni riferimento ad un codice, ed uno connotato (l’”arte”, il trattamento, la “scrittura”, la retorica della fotografia) ad opera del suo autore, la cui lettura dipende dal “sapere” del lettore.

Come può quindi essere la fotografia contemporaneamente oggettiva (riproduzione del reale) e soggettiva (investita di significato dell’autore)?

Questa ed altre considerazioni aprono una serie di affascinanti prospettive di riflessione ed analisi sulle caratteristiche del messaggio fotografico e quanto sia arduo porsi davanti al flusso di immagini e tentare di “decodificarle”.

Per trarre qualche minima e senza dubbio riduttiva conclusione, quanto meno, potrebbe essere utile essere coscienti del fatto che l’attribuzione di significato (sarebbe più corretto parlare di significazione) al testo fotografico è sempre storico, culturale, nel senso che i segni presenti nelle immagini sono linee, colori, gesti, espressioni, ecc. dotati di determinati sensi in virtù dell’uso in una certa società, in un determinato corpo sociale i cui appartenenti condividono gli stessi riferimenti culturali.

L’uomo, nella lettura di una fotografia non proietta valori e sentimenti eterni o trans-storici, ma elaborati da una società in un momento storico determinato.

Alla prossima!

Silvio M.

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